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Per un altra agricoltura e alimentazione

by Mariarosa Dalla Costa - 26.03.2004 17:46

Per un’altra agricoltura e un’altra alimentazione in Italia.

La novità nel mondo agricolo in Italia identificabile nel passaggio da un sindacalismo classico, che contrattava le condizioni di lavoro ma restava indifferente a cosa e come si produceva, al movimento per un’altra agricoltura, che pone al centro l’interrogarsi sulle finalità e il senso del lavoro contadino, la riflessione a tutto campo sul mestiere di agricoltore, può apparire un fatto tardivo se paragonato ad altre esperienze in paesi a capitalismo avanzato.
 

Anzitutto in Francia ove Paysans Travailleurs già negli anni ’80 e poi Conféderation Paysannne con J.Bové e F. Dufour (2001) aprono con molto anticipo tematiche che, nei paesi a capitalismo avanzato, si sarebbero imposte solo negli anni recenti, con il dibattito sull’agricoltura sviluppatosi nella discussione sulla globalizzazione neoliberista. Il passaggio non riguarda per il momento i sindacati agricoli, Coldiretti, Cia, Confagricoltura (in Italia tra piccoli e medi contadini il primo è stato senz’altro in posizione dominante e tradizionalmente legato alla Democrazia Cristiana), organizzazioni che storicamente non hanno adottato strategie di coinvolgimento dei soci nelle discussioni di politica agricola. Il passaggio riguarda invece contadini, allevatori e cittadini non solo consumatori che nella comune volontà di dire basta ad un’agricoltura e a un allevamento fonti di un cibo sempre più portatore di malattia e rischio di morte si sono autorganizzati costruendo nuove associazioni anche sindacali, nuove reti, nuovi momenti di denuncia, di battaglia, di messa a punto di alternative. E hanno indicato altre strade possibili. Alcune associazioni si sono formate molto di recente, all’interno del movimento dei movimenti, germinate durante la manifestazione di Genova del 2001 contro il G8 e la globalizzazione neoliberista, tra queste Foro Contadino – Altragricoltura, AltrAgricoltura NordEst, mentre Co. Sp. A. (Comitato spontaneo produttori agricoli), costituito da allevatori di mucche da latte, si era formato nel 1996 attorno alla questione delle quote latte e dei superprelievi (comunemente denominati multe). Altre, ancora orientate, più che a un sindacalismo nuovo, a diffondere una diversa cultura agricola, a costruire e divulgare pratiche e criteri alternativi, già esistevano da più lunga data. Erano rimaste comunque piuttosto separate e in sordina, rispetto ad un dibattito del movimento in Italia polarizzato su altre questioni. Menzioniamo in proposito Centro Internazionale Crocevia, Associazione rurule italiana (Ari), Civiltà contadina (di cui fanno parte anche i Seed savers), Associazione italiana agricoltura biologica (Aiab), Associazione italiana agricoltura integrata, Mondo biologico italiano, Associazione agricoltura biodinamica, oltre naturalmente alla galassia delle associazioni specificamente dedite alla salvaguardia della biodiversità vegetale e animale, e quindi della materia prima per un’agricoltura diversificata, che spesso costruiscono isole di coltivazione e di allevamento di specie rare. In tutto ciò che si avvicendò sulla scena politica dei movimenti in Italia negli ultimi 35 anni, si diede scarso rilievo alle esperienze di alternativa agricola vedendole piuttosto come fughe (pensiamo anzitutto alle comuni agricole degli anni ’70), mancò quindi un impegno a scandagliare le problematiche di cui erano portatrici. E’ altrettanto vero, se dobbiamo ancora fare un confronto con la Francia, che qui l’agricoltura è stata caratterizzata da una presenza dominante di aziende medie (10, 20 ettari) con tutto il portato quantitativo e qualitativo che questo significa, da una struttura produttiva più consolidata con agricoltori che hanno sempre partecipato fortemente alla vita associativa, e hanno visto in genere, in un paese che li tiene in grande considerazione, supportate economicamente e socialmente le loro rivendicazioni. In Italia il quadro è stato notevolmente differente, a partire da una scarsa considerazione nei confronti dei contadini, poca ricezione delle loro istanze per una vita dignitosa, grave impoverimento delle campagne e forte destinazione del territorio agricolo a fornire forza lavoro prima per l’emigrazione poi verso i grandi poli industriali.
Nel contesto di associazioni che abbiamo poco sopra delineato gli allevatori del Cospa (o Co. Sp. A.) con una stagione di lotte che dal 1996 al 2002 li vede costruire blocchi autostradali, occupare l’aeroporto di Malpensa, manifestare presso grandi emittenti televisive portando sempre i trattori e la mucca Ercolina, hanno costituito, fuori dai sindacati, l’associazione più numerosa e battagliera. Facendo ricorsi contro i superprelievi hanno ottenuto circa 6000 sentenze a favore. Dal 2002 il Cospa si articola in tre filoni, Cospa Cobas, Liag costituitasi come sindacato e Cospa Nazionale. Il decreto Alemanno n. 119 del 2003 con il meccanismo che istituisce per il pagamento dei supreprelievi e la scadenza del 31 marzo 2004 apre un momento particolarmente drammatico.
Lasciando sullo sfondo questa significativa battaglia ancora aperta dopo tanti anni di lotte e riprendendo le considerazioni sull’emergere anche in Italia di un movimento per un’altra agricoltura possiamo ribadire che, nonostante la presenza di varie esperienze agricole alternative presenti sul territorio da decenni, solo in questi ultimi anni, a partire dalla manifestazione di Genova, e quindi dall’incontro con le realtà agricole in movimento provenienti da altri paesi, esso comincia a prendere più vigore e visibilità, ponendosi come anello di Via Campesina e condividendone l’insegna della sovranità alimentare in tutte le sue implicazioni, anzitutto quella di altre relazioni tra produttori agricoli e tra produttori agricoli e cittadini. Guardando in particolare alla vicina esperienza francese di Conféderation Paysanne, di contro al modello industrial produttivista, si vuole un’agricoltura contadina, locale, sostenibile dal punto di vista sociale, economico e ambientale.
Ma l’Italia è un paese dove il prezzo della terra è altissimo, se confrontato ad altri paesi europei. Il primo ostacolo allora è proprio questo prezzo, in sempre più aree della penisola non ammortizzabile all’interno di un processo agricolo. Inoltre, a causa delle politiche neoliberiste che appoggiano la produzione dei grandi gruppi c’è una continua chiusura di piccole e medie aziende agricole, 50 al giorno (1), circa una ogni mezz’ora , per cui molti terreni restano incolti, e nel contempo, per operazioni di speculazione finanziaria o di privatizzazione, si nega il diritto a lavorare la terra a chi vorrebbe farlo. Non a caso allora ritroviamo tra le prime forme di lotta da menzionare le occupazioni di terra per lavorarla e la loro difesa in vari modi quando, dopo tempo che i contadini la lavorano, altri cercano nuovamente di sottrargliela. E’ il caso dei soci della cooperativa Eughenia in provincia di Grosseto che da cinque anni conducono un progetto di valorizzazione di un’azienda agricola e del vicino borgo che era ormai sull’orlo dello spopolamento. Erano riusciti a rivitalizzare l’una e l’altro in base ad un progetto di agricoltura locale a ciclo corto diversificata e sostenibile sotto ogni aspetto che aveva trovato anche dei finanziamenti. Trattandosi di mille ettari, poteva rappresentare possibilità di occupazione e reddito adeguato per molti e quindi possibilità di rivilitalizzazione del borgo stesso. Volevano acquistare la terra ma la proprietà ha alzato il prezzo e nel contenzioso che ne è nato ha ottenuto lo sfratto anche se non ancora eseguito. Ora la partita è aperta e un gregge di pecore è stato messo dai contadini a guardia del cancello (2).
In una posizione molto simile si trova la Cooperativa Le Terre della Grola - Ottomarzo di Sant’Ambrogio di Valpolicella (3) tra le colline veronesi che coltiva da oltre vent’anni con metodo biologico tredici ettari di vigneti recuperando tecniche tradizionali di coltivazione di terre marginali e attivando nel contempo l’azienda come fattoria didattica, gestendo un agriturismo e un piccolo caseificio, mettendo anche a disposizione della cittadinanza per giochi e scampagnate o iniziative culturali e di beneficenza lo spazio esterno e i terreni. E fornendo lavoro a gente in difficoltà. La Provincia che è proprietaria di queste terre ora le vuole vendere per fare cassa ma la cooperativa vuole acquistarle ed ha promosso una raccolta di fondi. La positiva risposta alla raccolta testimonia come la cittadinanza sia ben consapevole di quanti valori aggiunti vi siano in un altro modo di gestire la terra, valori beni comuni cui la stessa città può attingere nel nuovo rapporto con la campagna. Certamente i soldi raccolti non potrebbero competere con altre offerte se la Provincia mettesse i terreni all’asta. Anche qui la partita è aperta.
Sono solo due esempi ma se ne potrebbero fare molti altri nella stessa direzione. Per supportare vicende come queste ma, più largamente, per generalizzare la rivendicazione del diritto all’accesso alla terra per valorizzarla facendo agricoltura come diritto fondamentale dei contadini l’associazione Foro Contadino - Altragricoltura ha promosso sul territorio nazionale la “Campagna per il diritto alla terra”. Pur nella differenza di contesto rispetto ai paesi dove Via Campesina ha una più lunga storia, questa campagna intende articolare per l’Italia il diritto all’accesso alla terra quale domanda fondamentale di questa rete di cui l’associazione è parte. Si rivendica anzitutto un modello agricolo contadino diversificato localmente che possa diffondersi e articolarsi su tutto il territorio creando larga occupazione, coltivando le specie tipiche delle varie zone salvaguardando così la biodiversità che caratterizza i vari contesti. Sarebbe inoltre necessaria, secondo quanto varie associazioni chiedono, una riformulazione del credito e della politica fiscale che favorisca questo tipo di agricoltura, il suo radicarsi e perdurare in modo da garantire una rivitalizzazione durevole del territorio. Tenendo anche presente che le varie misure di sostegno economico che già ci sono non reggono a fronte del prezzo del terreno in zone in cui c’è la pressione di attività industriali e alberghiere, come sottolinea Guglielmo Donadello di AltraAgricoltura Nord Est. Un insieme di aspetti che riconducono ad un problema di gestione oltre che di accesso alla terra.
Foro Contadino – Altragricoltura nel documento “Il cibo non è una merce” afferma: “Nell’interesse di tutti i cittadini, della loro salute, del loro territorio, della giustizia sociale… noi vogliamo un’agricoltura contadina che abbia una dimensione sociale basata sul lavoro, sulla solidarietà tra produttori e consumatori ma anche tra regioni e contadini del mondo, altrimenti le regioni più ricche e gli agricoltori più forti lederanno il diritto alla vita degli altri, e questa logica non ha futuro… ogni giorno in Europa chiudono 600 aziende agricole, entro quattro anni 750.000 lavoratori agricoli italiani corrono il rischio di scomparire.” Proprio sul problema della terra che diviene sempre più drammatico questa associazione ha lanciato “L’appello per il diritto alla terra” ove si afferma: “Su tutte le difficoltà torna ad essere gravissimo un problema che l’Italia sembrava aver archiviato con le conquiste delle lotte contadine del secolo scorso ma che è sempre più drammaticamente urgente: l’accesso alla terra da parte di chi vuole lavorarla negato dagli altissimi costi dei terreni produttivi sempre più vincolati a scelte speculative e sempre meno al valore agricolo reale… Così capita sempre più spesso di vedere aziende contadine affittuarie sotto sfratto perché la proprietà preferisce realizzare la speculazione finanziaria piuttosto che garantire la conduzione agricola del terreno, aziende che gestivano proprietà pubbliche che vedono privatizzare la proprietà a prezzi inaccessibili ad un’attività contadina, giovani che vorrebbero lavorare la terra e che vedono chiedersi prezzi per ettaro inaccessibili, anziani che l’abbandonano senza che i loro terreni possano essere rimessi al servizio di una funzione sociale … La morte delle aziende contadine con l’abbandono del territorio si può e si deve contrastare.”
A tal fine l’associazione ha istituito il Soccorso contadino e il Coordinamento nazionale contadino per il diritto alla terra con cui si propone di “far uscire le singole vertenze dall’isolamento e dal disinteresse coordinando le iniziative di difesa tecnica e legale, costruendo mobilitazione, aprendo tavoli negoziali per il diritto alla terra e chiedendo alle istituzioni risposte nell’interesse dei cittadini che dovrebbero rappresentare.” Molto concretamente l’associazione si propone di aprire una vertenza nazionale per il diritto alla terra articolata in quattro punti: per il blocco urgente degli sfratti e delle azioni che hanno come effetto l’espulsione dalla terra, per l’uso del patrimonio di terre pubbliche che assicuri la priorità della produzione contadina, per un piano di riordino dell’assetto fondiario che garantisca l’accesso alla terra, per l’istituzione di una banca della terra che garantisca l’uso delle terre dimesse (4).
Un altro ordine di problemi, che ha visto la mobilitazione di associazioni e reti, ha a che fare con la delocalizzazione delle produzioni da parte dei grandi gruppi alimentari e connessa maggiore insicurezza del cibo oltre che riduzione dei livelli di occupazione. La produzione di latte costituisce un campo particolarmente pieno di problemi che oggi, nel crac della Parmalat, si trovano esposti ad un ventaglio di soluzioni molto diverse fra loro. Come illustrato nel documento “Oggi di cibo si può morire” di AltraAgricoltura NordEst – Co. Sp. A. Nazionale del febbraio 2003, la prima assurdità, relativamente alla questione latte è stato il subire l’imposizione dell’abbattimento di molti capi di bestiame in nome delle quote latte per poi trovarsi nella condizione di avere il 46% del nostro latte fresco che è latte importato. Anzi, in base ai dati di Assolatte (5), il quadro sarebbe ancora peggiore. Come si legge nel documento citato, del latte importato il consumatore non sa la provenienza, ma proviene anche da zone con minori standard sanitari dell’est europeo. Il che significa per il cittadino la lesione del diritto a poter conoscere l’origine e che tipo di latte sta consumando, del diritto a poter scegliere e per di più, contrariamente alle promesse del neoliberismo, uno svantaggio economico. Infatti, se quattro anni fa, come Luciano Mioni, esponente di AltrAgricoltura Nord - Est fa presente, un litro di latte costava 980 lire alla stalla e 1600 lire al consumatore, che voleva dire circa il 50 % al produttore e il resto a chi lo commercializzava, oggi si paga un litro di latte fresco l’equivalente di 2000 o 2300 vecchie lire di cui 620 lire come prezzo alla stalla in Italia che è il punto ove in Europa costa di più. Per cui al consumatore oggi costa in media 400 lire di più e il prezzo alla stalla è calato del 30 %. All’interno di un quadro così negativo vi è anche la particolare vicenda del latte microfiltrato FrescoBlù prodotto e distribuito dalla Parmalat che, al di là del nome che porta, non è fresco in quanto trattato per scadere a dieci giorni anziché quattro (attualmente portati a sei) come il latte fresco. Stranamente questo latte nei supermercati viene spesso collocato negli scaffali del latte fresco determinando nel consumatore ulteriore confusione oltre a quella generata dal suo nome e pregiudicando i termini della concorrenza con il latte fresco. Per cui vi sono stati frequenti momenti di protesta presso la grande distribuzione per una corretta collocazione di questo latte negli scaffali. Ma, le recenti vicende della Parmalat, come sottolineano gli allevatori del Cospa, possono costituire l’occasione per la grande svolta. Invece di una redditività dell’azienda basata su meccanismi finanziari, una redditività basata sul ripristino di un modello produttivo alimentare che, riconoscendo come il cibo non sia una merce qualunque, e più che mai il latte, alimento di base per tutti e in particolare per fasce deboli, ne assicuri anzitutto genuinità e freschezza reale e quindi privilegi il ciclo corto. Nel loro comunicato “Aprire una nuova stagione per la zootecnia italiana dopo i disastri colposi di Parmalat e del decreto Alemanno” gli allevatori scrivono che la vicenda di questa impresa ha “seppellito per sempre nel nostro paese la storia delle quote latte e messo fine alla chimera delle rateizzazioni tanto cara alla politica dell’Unione europea”. Dopo 25 anni di fallimentare politica lattiero casearia, prosegue il documento, lo stato e le forze politiche devono recepire la politica della sovranità alimentare, del ciclo corto e delle produzioni finalizzate alla valorizzazione delle Dop italiane nel mondo, e quindi devono cambiare modello agricolo. Si tratta, si scrive ancora nel testo citato, di recuperare un’economia reale, non fittizia, di salvaguardare una zootecnia che adotti metodi rispettosi degli animali e dell’ambiente, confermando l’importanza del ruolo multifunzionale di questo settore, soprattutto in zone di collina e di montagna che sono state particolarmente danneggiate dalle politiche neoliberiste, sposando il ciclo corto e quindi il legame della produzione con il territorio, la tracciabilità di tutta la filiera per offrire garanzia a un cittadino consumatore che, sempre più allarmato dagli scandali alimentari, si orienta quando può a produzioni locali più trasparenti e garantite. E per restituire orgoglio, aggiungiamo noi, a un produttore che vuole essere fiero del suo mestiere e aprire altri rapporti fra produttori e con i consumatori. Si ribadisce il diritto dei cittadini ad avere un latte salubre, espressione di una filiera corta, libera da Ogm, con animali alimentati senza sottoprodotti industriali. Si conclude chiedendo il ritiro del summenzionato decreto, l’assegnazione del diritto alle produzioni (in altre parole il diritto di vedersi assegnate le quote corrispondentemente al numero di mucche da latte che realmente si posseggono e alla loro capacità produttiva), di rafforzare la filiera a ciclo corto, di cambiare radicalmente le politiche lattiero casearie nel nostro paese e in Europa. In un altro comunicato stampa (6) la stessa organizzazione richiede di “avere riconosciuto il diritto come aziende ad esistere, sapere con certezza cioè se si potrà continuare a lavorare e tenere aperte le aziende anche dopo l’applicazione del decreto Alemanno, di avere le assegnazioni alla produzione in base alle produzioni (7), di avere una vera politica agricola nazionale e regionale che dia precise indicazioni sulla tracciabilità del prodotto da monte a valle della filiera”. E’ evidente come da questo complesso di richieste emerga una nuova visione del cibo e del lavoro, una diversa concezione dell’agricoltura, la volontà di voler esercitare una contadinità responsabile e si chiede alla politica di assumersi le sue responsabilità affinché anche contadini e allevatori possano assumersi le loro. Come scriveva anche Bové (Bové e Dufour 2001, pag. 179) “Per andare in questo senso l’azione deve svolgersi a due livelli…da parte dello stato…da parte del contadino”. Forse proprio per essere portatrici di una progettualità diversa in agricoltura queste associazioni a carattere sindacale non sono state invitate il 6 febbraio a Roma al tavolo di discussione dal Ministro dell’Agricoltura che pure aveva convocato sul caso Parmalat le organizzazioni storiche del settore e gli assessorati regionali dell’agricoltura. E questo nonostante che tali associazioni già fossero state riconosciute dallo stesso Ministro come interlocutrici per la questione avicola. Eppure il caso Parmalat costituisce indubbiamente la grande occasione per porre anzitutto la questione di una svolta, del cosa e come si produce, questioni che rendono subordinati i riferimenti agli investimenti e all’occupazione. A seconda di come questa occasione sia colta od elusa si apre o si chiude la strada per un futuro alimentare, di sviluppo e di vita diverso in Italia e in Europa.
Analoghe problematiche emergono con la delocalizzazione e importazione della produzione di carne. Come ancora ci informa il documento “Oggi di cibo si può morire” che invita allo stesso tempo i cittadini a opporsi a tali politiche e a prendere contatto con le associazioni firmatarie per contribuire ai momenti di protesta e mobilitazione, da Brasile, Thailandia, Cina, Argentina provengono grandissime quantità di carne che si consumano in Italia, anzitutto polli trattati con cloramfenicolo e nitrofurani (sostanze vietate in Europa dal 1966). Ma bacitrina, spiramicina, virginiamicina e tilosina, sostanze pericolose, riconosciute potenzialmente cancerogene, vietatissime in Europa, sono utilizzate normalmente in quei paesi oltre che nell’allevamento dei polli, in quello dei suini e dei bovini che finiscono nella nostra alimentazione. E, secondo quanto si denuncia nel documento in questione, approfittando delle maglie larghe del diritto commerciale internazionale voluto dal Wto si permette alle multinazionali produttrici di carne il raggiro dei controlli e dei pagamenti dei dazi, determinando un’enorme offerta di cibo scadente e pericoloso a prezzi molto bassi per le centrali di acquisto delle catene di distribuzione nazionali che genera un notevole guadagno dato che il prezzo per il consumatore resta comunque elevato. Si consente il controllo quasi monopolistico del mercato europeo. Per di più, mentre nel settembre del 2002 tutte le partite di carne avicola e derivati della stessa provenienti dal Brasile e diretti all’Unione Europea erano state controllate rispetto alla presenza di residui di nitrofurano, perché la sostanza era stata trovata in prodotti importati da questo paese, il Comitato permanente sulla catena alimentare e sulla salute ha dato l’assenso ad una proposta della Commissione europea di ridurre la frequenza dei controlli nei paesi membri al 20% delle partite. La proposta sarà adesso adottata dalla Commissione ed entrerà in vigore nelle settimane prossime. Nei luoghi ove questi vari tipi di carne non sana che noi importiamo vengono prodotti vi è lo sfruttamento selvaggio della manodopera, il depauperamento del territorio, l’inquinamento dell’ambiente derivante dalle modalità dell’allevamento intensivo con le sue ingenti dosi di prodotti farmaceutici e chimici, e dalle modalità delle monocolture estensive spesso altrettanto presenti e caratterizzate da un massiccio impiego di concimi chimici e pesticidi. E c’è ovviamente, come già dicevamo, l’assenza o la debolezza o l’inosservanza di regole sanitarie. La destinazione privilegiata di questa carne (cotolette, impanate, hamburger, cordon-bleu, petti di pollo, cosce di pollo, piatti pronti da microonde) è il catering, mense di istituti o comunque reti di refezione per anziani, mense ospedaliere, scolastiche, aziendali, dopolavoro, bar, autogrill, e altro, in genere quei luoghi ove vi sono categorie di cittadini in una condizione di debolezza o comunque con poco tempo. Per i consumatori un rischio sanitario altissimo. Già sono emersi numerosi casi di telarchia ossia pubertà precoce, 80 a Torino, 60 a Milano sotto inchiesta della procura torinese. Ma oltre alle alterazioni ormonali, che già si manifestano nei bambini nella forma di pubertà precoce, e che negli adulti sono denunciate (eccesso di estrogeni) tra le cause dell’infertilità maschile, è noto l’aumento di resistenza agli antibiotici per l’eccesso di queste sostanze che ingeriamo con l’alimentazione, è noto l’aumento di allergie specie nei bambini, per non parlare dei continui allarmi per i rischi di diffusione di morbilità nell’uomo derivanti da epidemie che scoppiano negli allevamenti intensivi e peggio ancora se con deboli o nulle regole. Per le aziende che non solo in Italia ma in Europa osservano le normative a tutela della qualità dei prodotti e della salute dei consumatori si tratta di confrontarsi con una concorrenza sleale che sempre più le costringe a chiudere. Fermo restando che, nonostante la Comunità Europea avesse vietato dal 1988 l’uso di ormoni negli allevamenti, questi di fatto vengono usati in Italia e nel resto d’Europa così come massicce dosi di antibiotici, sia in funzione preventiva di malattie sia per favorire la crescita. Per cui anche nel nostro paese si scoprono di frequente allevamenti di animali gonfiati con farmaci proibiti e altamente nocivi per l’uomo (8). In particolare il boldenone è un ormone della crescita appartenente alla famiglia degli steroidi anabolizzanti le cui tracce scompaiono in 24 ore, sostanza pericolosa per l’uomo e usata illegalmente nell’allevamento di vitelli. Nel 2000 il Ministro della Sanità Sirchia aveva ordinato il sequestro di una partita di vitelli provenienti dall’Olanda in cui furono trovate tracce dell’anabolizzante. Ma l’ormone è stato trovato anche e soprattutto negli allevamenti italiani, specie di Lombardia, Veneto e Piemonte. La pressione delle ditte farmaceutiche perché si impieghino molti farmaci ha probabilmente avuto un ruolo nell’obbligo all’impiego del vaccino contro la Blue Tongue per le mucche che ha provocato molti aborti e molti altri problemi per cui gli allevatori si stanno battendo contro questa imposizione assurda (9). In Italia non c’era vero allarme perché questa malattia che colpisce gli ovini qui aveva colpito pochissimi bovini. A volte, nonostante l’enfasi dei media per creare allarme nemmeno le influenze aviarie, che in questi ultimi anni sono state nel Veneto particolarmente frequenti, erano sempre ad alta patogenicità, e quindi tali da richiedere l’abbattimento degli animali. Qui semmai poteva subentrare un interesse a codificarle come tali per gli ingenti risarcimenti che se ne potevano trarre.
Un terzo ordine di problemi, ormai ben conosciuto in tutto il mondo, su cui si è attivata anche in Italia l’azione di chi si muove per un’altra agricoltura è costituita dagli Ogm che purtroppo si sono di fatto diffusi moltissimo sia nell’alimentazione umana che animale e spesso all’insaputa dei produttori che non sanno di aver acquistato semi o altre sostanze geneticamente modificate. Anche qui nel Veneto vi sono state interviste televisive a produttori agricoli che si ritengono rovinati dal fatto che a loro insaputa le ditte gli hanno venduto semi Ogm per cui si sono trovati ad essere coltivatori di Ogm contro la loro volontà. A seguito dei rilevamenti fatti da AltrAgricoltura NordEst su Dna di piante analizzate nel Veneto due campioni su tre risultavano geneticamente modificate. L’associazione fece una denuncia in Regione ma non vi fu seguito. Al contrario quest’estate è scoppiato un “caso Piemonte” perché, a seguito del ritrovamento nella regione di 381 ettari di mais geneticamente modificato e della conseguente ordinanza regionale che imponeva ai coltivatori di distruggere le coltivazioni, si aprì un contenzioso con ricorsi al Tribunale Amministrativo Regionale per decidere chi dovesse pagare il danno. I coltivatori accusavano Pioneer Italia e Monsanto di avergliele vendute in malafede e quindi pretendevano fossero le ditte a sobbarcarsi il costo della perdita. Si può dedurre che la diffusione di questo tipo di coltivazione in Italia sia già alquanto larga e molti temono che la decisione del Parlamento europeo nell’estate del 2003 (10) di obbligare alla segnalazione sulle confezioni, relativamente al cibo geneticamente modificato, solo oltre la soglia dello 0, 9 per cento possa rappresentare un limite facilmente innalzabile nei prossimi tempi mentre si viola fin da subito il diritto del cittadino a poter conoscere e scegliere fra cibo geneticamente modificato e non. Su questo tema l’opposizione della popolazione è diffusa, le iniziative di verifica da parte di associazioni non mancano, ma la risposta degli organi politici competenti, salvo alcune eccezioni, è di regola l’inerzia. La presenza comunque di Ogm in molti prodotti di note ditte, specialmente nei Discount, è segnalata anche da Greenpeace Italia che, nel 1993, ha pubblicato una lista rossa comprendente 35 aziende e catene alimentari per un totale di 250 prodotti contenenti presumibilmente Ogm (11).
Un altro punto dolente rispetto al quale invece non vi è adeguata conoscenza da parte dei cittadini e quindi non vi sono state iniziative di rilievo ma sarebbero necessarie è la forte dipendenza dall’estero che nel settore alimentare si è creata in Italia. Il 45% del latte che consumiamo arriva da Francia e Germania, il 50% della carne bovina sui banchi dei supermercati è ancora tedesca o francese, il 40% di quella suina proviene d’oltralpe (Baviera e Olanda) mentre Germania e Usa monopolizzano il mercato del grano fornendoci il 60% della materia prima usata per pane e biscotti. La denuncia arriva dalla stessa Coldiretti. Il cavallo di Troia per l’invasione sembra essere stata la grande distribuzione estera che, silenziosamente, ha colonizzato a macchia di leopardo il territorio facendo dell’Italia un paese che, nell’alimentare, dipende ormai per il 65% dalle maxicatene straniere. Per i produttori italiani questo rappresenta il forte rischio di chiudere e per i dipendenti di trovarsi senza occupazione. E’ significativo che, di fronte a tale cedimento della diga che rischia di peggiorare dopo il crac della Parmalat, il presidente della Coldiretti affermi che l’unica difesa possibile a monte è l’incentivazione del marchio “made in Italy” aggiungendo che “bisogna collegare la filiera della produzione agricola a quella distributiva e rafforzare l’obbligo dell’indicazione di provenienza su tutta la merce non solo sui prodotti doc o dop” (12). Ben venga! Come vedremo poco più avanti il tema di una tracciabilità completa da monte a valle della filiera oltre che della trasparenza del processo produttivo è più che mai all’ordine del giorno da parte di chi vorrebbe anche un’altra agricoltura.
Un altro fronte di mobilitazione che ha segnato scadenze importanti nell’anno appena trascorso è quello della qualità del prodotto senza esosità di prezzo. Il settore della produzione di vino rappresentata da circuiti di buoni vignaioli non sempre adeguatamente conosciuti ha fatto da apripista a iniziative nuove su questo terreno. Le coordinate entro cui si voleva far emergere il diritto alla qualità e all’accessibilità di un prodotto così importante per il piacere della tavola e non solo, era chiaramente definito nella documentazione di illustrazione dei due convegni “Terra e Libertà/CriticalWine” allo stesso tempo momenti di incontro di produttori agricoli, cittadini non solo consumatori, poeti, amministratori, studiosi: “organizzare il rifiuto del modello di sviluppo neoliberista che vuole l’agricoltura industriale e monoculturale delle multinazionali e della Unione Europea da una parte e un’elitaria produzione dei cosiddetti prodotti tipici dall’altra quali facce della stessa medaglia. Pensare a un nuovo modello con la terra/Terra che lasci spazio a produzioni, consumi, piaceri più sobriamente felici. Disegnare il circuito virtuoso tra qualità della produzione, qualità del prodotto e qualità delle relazioni sociali.” I due convegni manifestazioni si sono tenuti al Centro sociale La Chimica a Verona dall’11 al 13 aprile 2003, al Centro sociale Leoncavallo a Milano dal 5 al 6 dicembre dello stesso anno. La novità di maggior rilievo riguardo a queste iniziative è stata la capacità di sperimentare un nuovo momento di comunità che univa il momento di un’analisi approfondita sulle politiche, sul ruolo delle multinazionali, sulla strategicità del loro controllo del settore agricolo alimentare ai fini di un dominio globale, con le problematiche impellenti di chi produce e deve guadagnare, di chi consuma e deve coniugare capacità di spesa e un buon bicchiere di vino, di chi vuole venire per incontrare, per sapere, per recitare una poesia (13).
Sullo stesso terreno del riconoscimento e giusto riscontro alla produzione di qualità la mobilitazione quest’anno per l’olio di oliva, prodotto fondamentale dell’alimentazione italiana e mediterranea, oggetto di molte frodi (14). Al tema anche Report, nota trasmissione televisiva, ha dedicato un’importante puntata il 10 marzo 2002. Nel piazzale antistante il Porto a Monopoli il 2 di febbraio 2004 si è tenuta un’ importante manifestazione contro queste frodi sistematiche. Con Luigi Veronelli anarchenologo e teorico della contadinità responsabile, animatore e promotore dell’iniziativa, con l’associazione Assud e il Progetto Terra e Libertà/CriticalWine altre quaranta organizzazioni partecipavano al sit-in e all’azione disobbediente per protestare contro i traffici dell’olio di oliva, esemplificazione del malo potere delle multinazionali. I convenuti costruivano un’azione e un dibattito con forte impatto mediatico in un luogo dove da decenni non succedeva nulla. Si discuteva dell’olio di oliva come caso emblematico del dominio planetario delle multinazionali attraverso il controllo della produzione di cibo, e della loro discutibile produzione di contro alla sana produzione di un’agricoltura responsabile. Le ragioni della manifestazione erano illustrate nei vari comunicati di convocazione e qui di seguito li riassumiamo (15). L’80% del mercato dell’olio di oliva italiano è in mano alle multinazionali. Le navi cisterna “trasformano” – con tranquilla truffa legalizzata – durante il percorso verso l’Italia, il loro carico di olio di semi in olio extravergine di oliva. Non si tratta di un miracolo. Basta falsificare le carte, coperti dalla legge sulle rogatorie internazionali che nasconde i reati compiuti fuori dal nostro paese. Chi ci rimette sono i consumatori (costretti a subire truffe) e gli olivicoltori (costretti a subire una concorrenza sleale che li obbliga a lavorare sottocosto, o, addirittura a non raccogliere le olive). Infatti note ditte italiane pongono sugli scaffali dei supermercati olio extravergine di oliva a circa 3 euro al litro. Considerato che il contributo dell’Unione europea al produttore è di circa 1. 25 euro al litro e che raccogliere le olive costa al produttore salentino 5 euro al litro in una zona come il Salento dove costa meno, mentre se si trattasse di raccoglierle sui terrazzamenti liguri o del lago di Garda costerebbe il doppio, ne deriva che l’olio venduto a 3 euro o non è extravergine di oliva o viene da paesi dove il costo della manodopera è molto ridotto. Infatti Bertolli fa parte della multinazionale Unilever e acquista solo il 20, 30 per cento di olio nazionale, Carapelli un 30 per cento e Sasso, proprietà della Nestlé, il 40 per cento di olio italiano ma niente di quello ligure. La restante e più considerevole percentuale di olio di oliva arriva dalla Tunisia, dalla Turchia, da Israele e dalla Spagna ma, e qui sta un grande problema, il consumatore non può saperlo perché sull’etichetta non è specificato in quanto il produttore non è tenuto a specificarlo. Altro aspetto è la forte esposizione di quest’olio importato a possibilità di sofisticazioni le cui tecniche si sono sempre più evolute e quindi sfuggono anche ai controlli del Nucleo Anti Sofisticazioni dei Carabinieri. Proprio il porto di Monopoli è stato scelto per la manifestazione in quanto si voleva denunciare il caso di una nave, attualmente scomparsa, che partiva con olio di nocciole dalla Turchia o da Israele e, dopo una sosta compiacente in qualche porto, sbarcava olio di oliva a Monopoli o a Barletta. Altre volte gli oli sono addirittura miscelazioni con oli non commestibili o con oli di semi fortemente colorati. Oppure anche con oli di semi geneticamente modificati. Con la manifestazione di Monopoli si è voluto diffondere la consapevolezza di cosa avviene attorno all’olio di oliva, aprire maggiori possibilità di contatto tra produttori di vero olio di oliva e consumatori interessati ad acquistarlo, chiedere un mutamento delle politiche perché possa ritrovare tutto il suo spazio e adeguato riconoscimento economico la produzione di qualità di un bene così fondamentale nella nostra alimentazione e nella nostra cultura.
Percorrendo l’avvicendarsi delle proposte nel dibattito che ha accompagnato quella manifestazione, ma già discusse anche in altri momenti di incontro, come quelli sulla produzione di vino poco sopra menzionate, possiamo puntualizzare un ulteriore ordine di problemi su cui stanno crescendo l’attivismo e l’inventiva. E cioè l’esigenza di mettere a punto nuove procedure, più agili, locali, diversamente caratterizzate per certificare quei processi agricoli che vogliono dare certezza riguardo all’origine del prodotto, che offrono trasparenza e tracciabilità, qualità, che privilegiano la località. La proposta più innovativa è certamente quella delle De.co. (Denominazioni comunali) ideata da Veronelli (16) e già largamente applicata. E’ il Comune, grazie ai nuovi poteri che questo ente ha in base alla legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001, che predispone la procedura, molto semplice, con cui certifica direttamente che un prodotto ha origine nel suo territorio. E’ un’attività, nella nuova era dei comuni, possibile a ognuno di questi enti e che ben vale la pena di richiedere. Nonostante la presa di posizione del Ministero per le Risorse Agricole che, prima dell’inaugurazione di tale certificazione avvenuta con l’adozione della prima De. co. da parte del Consiglio comunale di Lecce il 3 febbraio 2003, aveva inviato a tutti i comuni il 19 dicembre una circolare intimidatoria che recitava: “… per definizione, ogni discriminazione fra prodotto locale ed importato, basata sulla provenienza del prodotto, crea un ostacolo ingiustificato alla libera circolazione delle merci” il comune di Lecce decise l’approvazione del “Regolamento per la tutela e la valorizzazione dei prodotti tipici locali e per l’istituzione del marchio De. co. per la difesa e la promozione delle colture e culture territoriali”. All’esempio di Lecce fecero seguito altri comuni come quello di Cartoceto che decise di istituire il marchio De. co. per il proprio olio extravergine di oliva, intervenendo per agevolare finanziariamente le aziende che decidono di produrre prodotti De. c.o. L’istituzione del registro De. co. è una speranza per molti. Significherebbe immediato benessere dei contadini, con la rinascita di molti esercenti prima costretti alla chiusura e alla miseria, con una necessità di manovalanza pagata con retribuzioni più alte e con il vantaggio consistente e su ogni piano dei cittadini in qualità di consumatori (17). Altrettanto innovativa la proposta del catalogo dei produttori autogestito e autocertificato, senza alcun vincolo di obbligatorietà, con cui i produttori stessi certificano il processo produttivo informando dei vari aspetti del loro lavoro inclusa la cultura su cui si basa. Una comunicazione diretta e voluta, non imposta, fra produttore e consumatore che autoresponsabilizza maggiormente e ripaga anche con la possibilità di far conoscere più realmente la complessità del proprio impegno. E ancora la proposta del prezzo sorgente per dare trasparenza al processo di formazione del prezzo finale. Con prezzo sorgente si indica il prezzo al quale il produttore all’origine vende il suo prodotto e, se inserito nell’etichetta, dovrebbe rendere riconoscibili le maggiorazioni ingiustificabili che il prodotto incontra nel suo percorso e che avvengono in generale nella filiera distributivo – commerciale sempre più concentrata in pochi poteri forti. E’ una proposta messa a punto anzitutto per i produttori di vino ma può essere applicata a qualunque prodotto. Il suo spirito è di fornire uno strumento che permetta di cominciare a costruire una tracciabilità del prezzo e rappresenti l’emergere di una volontà, da parte dei produttori, di non voler più accettare la legge per cui il prezzo si impenna dopo che il prodotto è uscito dalle loro mani e, da parte dei consumatori, di non voler più accettare imperscrutabili anse in cui il prezzo misteriosamente si moltiplica.
L’esigenza che le produzioni così qualificate e certificate trovino adeguato sbocco di mercato, anzitutto locale, si incontra con la domanda di cittadini che, in misura crescente, si vanno organizzando in reti di acquisto concepite all’insegna di nuove regole che sposano quelle di un’altra agricoltura. Tra queste i Gas (Gruppi di acquisto solidale) che coinvolgono circa due milioni di cittadini e hanno fatto dell’eticità il criterio base assunto a tutto campo, nel rapporto con gli altri esseri umani, con la natura, con l’economia. Hanno programmato per il prossimo aprile un grande convegno a Firenze.
Parlare più compiutamente del movimento in atto per un’altra agricoltura richiederebbe di ripercorrere l’operato delle associazioni agricole biologiche, biodinamiche, altre, presenti da più lunga data. Ma assumiamo questo operato come più conosciuto e documentato presso quelli che hanno a cuore problematiche agricole, riproponendoci comunque di trattarne in prossimi lavori. Richiederebbe anche di illustrare le molteplici esperienze espressamente dedite alla tutela della biodiversità, vegetale e animale, in quanto, come dicevamo all’inizio, concorrono a preservare la materia prima per un’altra agricoltura. Ma trattare anche di questo aspetto non è possibile nell’economia di questo lavoro, che ha inteso focalizzarsi maggiormente su altri aspetti della questione. Quanto alle esperienze illustrate posso concludere che da un lato riflettono la difficoltà ancora a trovare forme che incidano sui nodi duri dell’organizzazione dominante dell’agricoltura è cioè sulla sua impostazione industrial produttivistica che in questi tempi si è caricata di ulteriori negatività per ciò che concerne il contesto italiano. C’è infatti il rischio di un’ulteriore concentrazione di capitale per di più a favore di gruppi esteri nella produzione alimentare mentre nella distribuzione i gruppi esteri sono già entrati alla grande e sono in sospetto di aver favorito nei supermercati l’offerta di prodotti dei loro paesi di provenienza, anzitutto Francia e Germania. E’ possibile il dilatarsi ulteriore del varco di entrata nel settore alimentare a seguito del crac di aziende di matrice italiana. E’ probabile, se aziende italiane chiudono, un aggravarsi della disoccupazione. D’altro lato emerge da produttori e consumatori la volontà di mettere in piedi in vari modi un altro modello agricolo e alimentare, e su questa esigenza e nuova cultura si generano lotte e fioriscono nuove reti di produzione, informazione, cultura e scambio. Appare ancora per quello che è, un confronto molto impari. Ma Davide vinse il gigante Golia. Potrebbe succedere ancora? Tra le ragioni che sostengono una prospettiva ottimistica c’è la nuova composizione e determinazione di questo movimento sull’agricoltura, fatto di cittadini della campagna e della città che discutono, progettano e costruiscono rifiutando le modalità di produzione e di consumo imposte dal modello neoliberista che, non solo nella precarizzazione del lavoro e decurtazione dei servizi abbassa le condizioni di vita, ma anzitutto nel suo attacco alla terra/Terra. E quindi nella dequalificazione e inquinamento dell’alimentazione, nella negazione dell’ambiente e del paesaggio, nella privazione delle relazioni e delle sensazioni, a partire dai gusti dei prodotti della terra e dai profumi del vento. Non sono solo produttori e consumatori in quanto tali, sono cittadini, sono esseri umani che, in cerca anzitutto di vita, stanno circondando Golia.

Riferimenti bibliografici

J. Bové e F. Dufour (2001) Il mondo non è in vendita, Feltrinelli, Milano.
M. Dalla Costa (1997) “L’Indigeno che è in noi, la terra cui apparteniamo”, in Vis-à- Vis, n. 5, e in A. Marucci, Camminare domandando, DeriveApprodi, Roma, 1999; trad. ingl: “The Native in Us, the Land We Belong to”, in Common Sense n.23, 1998; and in The Commoner n.6, 2002, in  http://www.thecommoner.org
A. Marucci (a cura di ) (1999) Camminare domandando, DeriveApprodi, Roma.
Common Sense (1998) n. 23.
The Commoner (2002) n.6 in  http://www.thecommoner.org


Note

1) Cooperativa Eughenia: “le ragioni di una battaglia del Foro Contadino - Altragricoltura”,  http://www.altragricoltura.org/dirittoallaterra/eughenia-6feb04.htm
2) Da La Nazione, edizione di Grosseto, “Sfratto respinto. Resistenza passiva con le pecore”,  http://www.altragricoltura.org/dirittoallaterra/images/lanazione-jpg
3) “Le terre della Grola” pamphlet informativo.
4) Per la documentazione complessivamente citata vedi  http://www.altragricoltura.org
5) In base a tali statistiche la produzione nazionale di latte bovino 2003 è stata di oltre 105 milioni di q.li. L’importazione di latte bovino da paesi terzi è stata di 31,1 milioni di q.li. La trasformazione e consumo interno di latte bovino: 131,7 milioni di q.li. Di questo quantitativo, 100,7 milioni di q.li (76,2%) sono stati destinati alla produzione industriale (formaggi Dop e non, latte Uht) e 31,1 milioni (23.8%) all’alimentazione diretta (latte fresco).
6) Ambedue i comunicati citati sono reperibili nella Rassegna stampa di altragricoltura (at)italytrading.com
7) Rimandiamo a quanto già specificato poco sopra per il “diritto alle produzioni”
8) Dell’argomento hanno trattato Guglielmo Donadello e Luciano Mioni nella conferenza tenuta presso la Facoltà di Scienze politiche di Padova il 16 dicembre 2003. Tra le più recenti e allarmanti notizie in merito quella del Mattino di Padova del 17 febbraio 2004 che riportava di un’operazione del Nucleo Anti Sofisticazioni dei Carabinieri nelle province di Venezia, Padova, Treviso, Verona, Vicenza con cui sono stati effettuati ingenti sequestri di farmaci irregolari in allevamenti di animali, operazione che ha portato all’arresto di veterinari, allevatori, imprenditori agricoli, agenti di commercio, responsabili di imprese di prodotti alimentari per la zootecnia e di società farmaceutiche.
9) “Lingua blu, allevatori in rivolta” in La Gazzetta del Mezzogiorno, 10 luglio 2003.
10)  http://lanuovaecologia.it/scienza/biotch/1906php
11) Dossier “Come difendersi dagli Ogm”, Greenpeace Italia, 15 maggio 2003.
12) Rassegna stampa di  altragricoltura@italytrading.com, 26 gennaio 2004: da  http://www.greenplanet.net 11/01/04 “La grande distribuzione parla straniero”
13) Di tali convegni e iniziative ha parlato diffusamente anche la grande stampa. Vedi  http://www.criticalwine.org
14)  http://www.tigulliovino.it/scrittodavoi/art_012.htm;  http://www.oliosecondoveronelli.it
15) Rimandiamo per tale documentazione ai siti;  http://www.criticalwine.org
16) “Denominazione comunale di origine”,  http://www.veronelli.com/veronelli/news1.htm; Denominazione comunale di origine – L’olio di oliva extravergine del Comune di Cartoceto. Regolamento Comunale per la valorizzazione delle Attività,  http://www.veronelli.com/veronelli/news2htm




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